martedì 31 luglio 2012

Safed.

Non aggiorno da un po', ma gli eventi me l'hanno impedito, recentemente... I'm sorry.
Devo ancora spendere una sola riga riguardo a Safed e Gerusalemme, ma di certo non mancano le cose da dire riguardo a queste due città.
Safed è davvero mistica così come se ne legge nei libri, è davvero un piccolo mondo antico, dove il tempo sembra essersi fermato parecchi anni fa.
Non è una grande cittadina, si gira davvero in poco tempo, ma è molto affascinante. Stradine strette, inferriate azzurre, case ed edifici così vicini tra loro... trasmette un senso di intimità, ma allo stesso tempo, camminando per le sue strade, si comprende bene che solo agli ebrei è concesso di essere realmente parte di quel mondo, e di capirlo pienamente. 
Le sinagoghe sono strabilianti; piccole, ma così piene di colori, e ricche di decorazioni che richiamano alle correnti mistiche dell'ebraismo da ottenere un doppio effetto; da una parte la solennità e la spiritualità dei luoghi di preghiera, dall'altra, l'incanto dei colori e della gioia di pregare il proprio Dio. 
Trovo tutto questo estremamente affascinante, e credo che la visita in un luogo simile possa smuovere anche l'animo più cinico; credo che chiunque metta piede in una sinagoga di Safed, qualunque sia la sua religione, o anche se ateo, senta la necessità se non di pregare, almeno di sedersi in silenzio a riflettere, o semplicemente a godere del silenzio e dell'intimità di questi posti speciali.
Ovviamente nelle ore di preghiera, alle donne, soprattutto se non ebree, è severamente vietato entrare nelle sinagoghe; così è stato per me. Mi sono limitata a guardare la gente che pregava attraverso una finestra con una grata di legno. Mi affascina da sempre il modo in cui gli ebrei pregano, con le loro preghiere quasi borbottate accompagnate dal movimento oscillante; mi piace perché è un modo di pregare che coinvolge realmente tutta la persona. Non solo l'intimità del pensiero, ma anche la voce e il corpo. 
Purtroppo non abbiamo visitato il cimitero di Safed, luogo celebre anche per i pellegrinaggi che vi si compiono, pellegrinaggi che comprendono, se non erro, anche alcuni riti di passaggio quali il primo taglio di capelli per i piccoli bambini ebrei, a tre anni. In  ogni caso, mi sarebbe piaciuto omaggiare la tomba di Itzkhak Luria, ma a quanto pare le donne non possono visitare il cimitero. Purtroppo non mi sono preventivamente informata.
Unica nota negativa della giornata: a volte è davvero impossibile viaggiare in Israele. Abbiamo dovuto cambiare 3 autobus, e da due di questi, tutti i passeggeri sono stati "cacciati" senza alcuna spiegazione". E' stato un viaggio piuttosto pesante, ma ne è valsa davvero la pena.  
Sì, dovrei scrivere qualcosa su Gerusalemme. Dovrei e vorrei. Ma a volte di fronte alle cose troppo belle, diventa difficile scrivere. Diventa difficile avere la forza di aprire davvero il proprio cuore per estrarne la bellezza che si desiderava tenere in serbo per sé stessi. A volte è difficile anche perché si vorrebbe poter disporre ogni giorno di tale bellezza, e rievocarla mette sempre una certa malinconia.
In ogni caso, ci devo tornare almeno altre due o tre volte, perciò non mancherò di scriverne come si deve. In fondo, lo ribadisco, per me è la città più bella del mondo.

lunedì 23 luglio 2012

Akko e soddisfazioni casalinghe

Rieccomi.
Ho latitato per un po', ma sono stata impossibilitata a causa dei compiti e delle preoccupazioni mondane.
Ho parecchie cose da scrivere, e ho preso qualche appunto, per non dimenticarmi di nulla. O almeno delle cose più importanti.
Prima di tutto, abbiamo visitato Akko, più nota forse come San Giovanni d'Acri. E' una cittadina tranquilla (eccetto la stazione, terribilmente caotica perché minuscola), per metà araba e per metà ebraica. La parte ebraica è segnalata da una Menorah gigantesca, appena fuori dalla stazione. La parte araba invece si distingueva perché... beh, era araba. Ovvero, mercati, balagan*, moschee.
Per prima cosa abbiamo visitato una moschea, detta "Al - Jazzar", dal nome del personaggio a cui è dedicata. Come ci ha spiegato la guida (una di quelle guide che prima ti propina la spiegazione, e poi ti fa intendere che vuole essere pagata), Ahmad al-Jazzar (1722 - 1804) era un cristiano bosniaco, che fu venduto come schiavo in Egitto. Entrò poi al servizio del Gran Vizir ottomano, e da lì cominciò -a quanto pare- una strabiliante ascesa al potere, che lo portò infine a diventare governatore di una zona sotto l'amministrazione ottomana, e perciò si stabilì ad Acri (qualcuno sta ascoltando i Queen, mi sento a casa. Scusate). Al - Jazzar ad ogni modo, è con osciuto per aver dimostrato capacità militari ragguardevoli, nel fermare l'assedio da parte di Napoleone Bonaparte, durante la sua Campagna d'Egitto, il quale non riuscì a far breccia nelle fortificazioni di Acri. Al - Jazzar, tra l'altro, significa "il macellaio", perché pare che non fosse proprio uno zuccherino, questo Ahmad. In ogni caso, è così tanto benvoluto e fortunato, che la sua tomba si trova in una moschea che contiene addirittura un pelo della barba del Profeta Muhammad (non chiedetemi perché o per come, non credo di volerlo sapere). 
Dopo la visita ad alto contenuto storico-culturale, è seguito un pranzo ad alto contenuto calorico, a base di Shawarma.
Saziata la fame, ci siamo ridati alla cultura: immagino infatti che più che per la moschea e il pelo di barba del Profeta (con tutto il rispetto, eh!), Acri sia ben più conosciuta per la sua cittadella ottomana, costruita sui resti di quella edificata dai crociati appartenenti all'Ordine degli Ospitalieri. Essendo piuttosto grande, ci siamo limitati a visitare le sale dei Cavalieri; non c'era granché da vedere, nel senso che ovviamente c'erano soltanto dei saloni enormi e vuoti, con delle indicazioni riguardo alla funzione di essi nel passato. Probabilmente, se avessimo avuto una guida o avessimo letto qualcosa in proposito prima, sarebbe stato di sicuro più entusiasmante. Però devo dire che ho apprezzato la possibilità di passeggiare in silenzio, senza fretta, e di respirare comunque la sensazione di camminare attraverso luoghi, nei quali camminavano altre persone secoli fa. E quelle pietre secolari rimangono lì, a testimoniare una storia -piacevole o meno, questo dipende dai punti di vista- che appartiene chiaramente al passato, ma grazie a quelle stesse pietre, si aggrappa al presente. Mi piace camminare in posti che sono impregnati della storia che li ha percorsi; è come se i resti fossero imbevuti di cose, fatti, persone e parole, che ad un orecchio e ad un occhio attento, si fanno ancora presenti e vive.
Venerdì scorso abbiamo visitato anche Gerusalemme, ma ora è tardi, io sono sfinita e onestamente, a una visita del genere vorrei dedicare il giusto tempo e la giusta attenzione. Perché Gerusalemme, per quanto mi riguarda, è la città più bella del mondo ed unica nel suo genere e non posso affatto liquidarla in poche righe, con parole appesantite dal sonno.
Ad ogni modo, concludo il post con una nota felice. In realtà è una sciocchezza, ma è stata una piccola vittoria nei confronti dei miei timori riguardo ai miei coinquilini e riguardo l'idea che la gente possa aver da ridire mentre faccio qualcosa, come cucinare. Ebbene, oggi ho cucinato la mia prima vera pasta. Niente di istantaneo. Una pasta vera. Che soddisfazione. Comincio a sentirmi a casa!

*balagan = confusione in ebraico

sabato 14 luglio 2012

Bilancio della prima settimana

Ok, ora dovrei cercare di fare i compiti per domani, ma dal momento che è la mia prima mattinata di calma dopo una settimana letteralmente devastante, me la prendo comoda e scrivo un po'.
Pensavo fosse più facile, a dir la verità. Credevo sarebbe stato entusiasmante vivere con altre cinque persone in casa, mentre ora scopro che preferirei essere da sola. Nel mio appartamento c'è una ragazza irlandese che sta facendo l'ulpan, mentre gli altri, in un numero che non sono esattamente riuscita ad identificare, sono israeliani. Ovvero, l'appartamento è casa loro, e non gli importa granché che io capisca cosa devo usare e cosa no. Dato che loro non hanno lezioni, per loro non è un problema passare la notte con tv a tutto volume, suonando la chitarra e cantando a squarciagola, mentre io cerco di dormire. Mi arrangerò in qualche modo.
Per il resto, il corso è abbastanza difficile, o meglio, c'è molto da fare, molto da studiare, molte parole che non conosco e che devo apprendere strada facendo per recuperare.
Vorrei solo poter riposare un po' di più, poter stare tranquilla a studiare e a godermi questo posto. Ma bisogna sempre tenere conto delle pretese della gente.
Ad ogni modo, ieri sera abbiamo partecipato alla cena di Shabbat. Uno dei ragazzi dell'ulpan ha recitato il kiddush; ora come ora, con tutto questo sonno che mi annebbia, non riesco a trovare parole migliori di "è stato emozionante". E' banale, lo so, ma è tutto quello che mi viene in mente. Non ho mai saputo cosa mi attira tanto dell'ebraismo, non lo so nemmeno ora, ma partecipare a questa cena mi ha fatto un po' ritrovare il senso del mio essere qui, in Israele.
Da quando sono stata qui, due anni fa, ho sempre pensato che mi piacerebbe venirci a vivere, ma ora sto realizzando che è difficile integrarsi qui, se non si hanno motivi religiosi o di parentela. Poi certo, ci sono, come ovunque, persone più o meno aperte. 
Ok, ho scritto solo alcune stupidate random, lo so, ma spero che il prossimo post sia migliore, più intenso e più felice. Ho scritto anche male, ma non ho voglia di rileggere. Scusate.
Ora... compiti!

domenica 8 luglio 2012

First days

Aggiornamento veloce da Haifa.
Siamo arrivati ieri, nel pomeriggio, senza nessun problema durante il volo.
Il tutto si è complicato una volta arrivati ad Haifa, quando abbiamo scoperto che l'ostello era pessimo; infatti nella camerata, siamo stati accolti da un losco figuro, dall'aspetto poco confortante, che dormiva (o meditava, o smaltiva l'effetto di droghe pesanti, non lo so!) seduto sul letto, ed è rimasto immobile in quella posizione per tutto il tempo in cui siamo stati in camera.
La pulizia dell'ostello lasciava parecchio a desiderare.
Alla sera abbiamo deciso di uscire per cenare fuori, magari in un ristorante arabo. In quel momento, ci siamo resi conto che eravamo finiti nel quartiere peggiore della città. Dopo aver girato un po', abbiamo deciso di entrare nel ristorante che ci sembrava maggiormente accettabile. Tentiamo di parlare ebraico, ma il gestore continua a risponderci in inglese, stizzito, parlando invece in ebraico con la tavolata dietro di noi. Vabbè!
La nottata in qualche modo è andata, con i nostri compagni di stanza che si agitavano, non  riuscivano a salire le scalette dei letti a castello, trafficavano per 10 minuti con lo zaino, per fermarsi appena mi sono svegliata. 
Al mattino ci siamo alzati il prima possibile per scappare ed arrivare al campus. Dopo svariate peripezie, ce l'abbiamo fatta. La stanza non è granché, ma è sufficientemente grande per contenere il mio casino. Forse potrei avere qualcosa da ridire sulla pulizia, ma sorvolerò.
Abbiamo fatto il tour del campus, che oggettivamente è una figata pazzesca; grande, ben fornito, moderno, con ogni comfort e diversi ristorante dove è possibile abbuffarsi di falafel.
Abbiamo iniziato a fare qualche conoscenza, anche se non è così facile; la maggior parte delle persone qui, sono americane e tendono a far gruppetto tra di loro, così come tende a farlo chi è qui a studiare l'ebraico per questioni religiose. Ad ogni modo, per oggi abbiamo formato un gruppetto composto da me, Davide, la mia coinquilina irlandese, una ragazza dal Belgio e un'altra ragazza italiana che lavora in Belgio. 
Stasera, tra tutti i posti tipici israeliani, abbiamo scelto un sushi bar... Dettagli!
Ora è il caso di andare a nanna, questo post fa schifo perché sono marcia di sonno, ma se non avessi iniziato oggi a raccontare qualcosa, non avrei iniziato mai più. Domani cercherò di scrivere qualcosa di più sul posto  sull'atmosfera che vi aleggia. Adesso però è davvero il caso di andare a letto, visto che domani mi aspetta l'esame orale per scoprire in quale classe verrò inserita. Layla tov!

venerdì 6 luglio 2012

La notte prima.

Non mancano che poche ore. E l'ultimo controllo ai documenti importanti.
Non so nemmeno cosa dire. Alle 8 il nostro aereo partirà, ed io e il mio ragazzo saremo presto in Israele.
Tra 24 ore starò crollando sul letto di un ostello ad Haifa. 
Tutti mi chiedono se farà caldo, lì. Sì, da morire, e non vedo l'ora. 
Ho persino voglia di andare al mare, e il che non è assolutamente da me.
Adesso, cercare di dormire qualche ora potrebbe essere una buona idea. Anche perché non riesco ancora a crederci che domani parto sul serio. 

giovedì 5 luglio 2012

Prequel

A meno di quarantott'ore dalla partenza, inauguro il blog con poche, scarne righe.
Sono passati due anni da quella settimana in Israele; era l'agosto del 2010. Inutile nasconderlo, quel viaggio mi ha segnata. 
Il 14 agosto, saranno passati due anni esatti da quando ho sussurrato a quelle terre la mia promessa, nel vento. Ho promesso che sarei tornata. E così sarà. 
E questo blog serve a me, per fissare parole, colori, emozioni. E a chi, da lontano, vorrà accompagnarmi e leggermi. 
Ora, mi godo l'ultimo sonno tranquillo nel mio letto, visto che è il giorno prima del giorno prima. E il giorno prima, si sa, l'ansia è più forte anche dell'attrazione per il mio lettino.
Bonne nuit.